Caporalato industriale: il tessile come nel Bangladesh

Caporalato industriale: il tessile come nel Bangladesh

Il caporalato interessa anche il settore industriale, in special modo il tessile. Ce ne parla Stefano Artusi in questo articolo.

Matteo Salvini e il ministro della Politiche agricole Gian Marco Centinaio, appena insediati, hanno espresso la volontà di “cambiare” la legge contro il caporalato (in vigore dal 3 novembre 2016). “Invece di semplificare complica”, è stato il ragionamento del ministro dell’Interno (e futuro ministro della Semplificazione?). Idea momentaneamente accantonata dopo gli incidenti che quest’estate hanno coinvolto, in diverse zone d’Italia, i braccianti stipati in furgoni, spesso guidati dai caporali, diretti verso i campi di lavoro.

A fine agosto c’è stato l’appello/denuncia alla Cisl del presidente della federazione moda di Confartigianato Veneto, Giuliano Secco, sindacato promotore della campagna ”Sos caporalato in agricoltura”, affinché si accendano i riflettori anche sul fenomeno del lavoro in nero, a cottimo senza garanzie nel settore tessile che coinvolge sia italiani che stranieri. Il caporalato va combattuto nei campi e nei laboratori tessili. Realtà, quella del caporalato industriale, che possono testimoniare gli imprenditori artigiani terzisti della moda veneta.

«Offrire sempre di più, a un prezzo sempre più basso ed in tempi assurdi. Disponibilità e reperibilità ovunque e a qualsiasi ora del giorno. Sono i principi su cui oggi si basa la produzione tessile, in tutto il mondo. E a farne le spese sono soprattutto le condizioni di vita dei lavoratori, condizioni spesso definite “disumane”, con operai in nero, costretti a lavorare ben oltre 12 ore al giorno, a cottimo, senza alcuna garanzia per la sicurezza e la salute».

Un fenomeno denunciato da tempo, passato attraverso le delocalizzazioni nell’est Europa e in ogni angolo del mondo. Solo in Veneto le imprese del settore moda si sono dimezzate, negli ultimi anni, passando da 15mila imprese a poco più di 6mila, perdendo 50mila posti di lavoro. Chi è riuscito a sopravvivere garantendo qualità, tempestività, prezzi competitivi ed efficienza, ora si trova davanti una nuova sfida (impossibile): vedere realizzate le creazioni qui da noi allo stesso costo del Bangladesh. E anche la concorrenza dei laboratori clandestini che, nel nostro Paese, producono senza rispettare alcuna regola.

Già lo scorso anno, al convegno “Appalti e legalità nella filiera artigiana e delle Pmi nel settore della moda” organizzato dalla Cgil Filctem Campania, era stato denunciato il caporalato industriale – quello meno noto nelle cronache giornalistiche – in Italia dove il sistema dei subappalti ha spinto le piccole e medie imprese artigianali del tessile a dare un taglio al costo del lavoro. E, conseguentemente, ai diritti dei lavoratori. Gli interventi a tutela del lavoro sono resi difficili dalla filiera produttiva di questo settore, complicata da tracciare (anche per le note marche di lusso), che si disperde in tanti livelli di subappalto.

Un’indagine condotta da Università Bocconi e Fondazione Altagamma, riporta che il settore della moda nel 2017 ha dato lavoro, direttamente e indirettamente, a oltre 500mila lavoratrici e lavoratori.

L’estrema fragilità del mercato costringe sempre più lavoratori ad accettare contratti che non rispettano gli accordi sindacali, remunerati molto al di sotto delle paghe previste dai contratti nazionali del lavoro.

Riccardo Colletti, segretario generale Filctem di Venezia, sintetizza così:

«Il lavoro, la sicurezza e la salute sono a rischio, visto l’utilizzo di materiali scadenti e la pressione sulle tempistiche. I lavoratori sono in competizione tra loro. Le regole di base non vengono osservate. Tutto per rimanere in gioco».

Il fenomeno non è circoscrivibile. Il caso di Prato è noto da molto prima dei fatti del 2013 (l’incendio in un laboratorio clandestino, con sette vittime). Le denunce di lavoratori sfruttati, però, arrivano anche da Campania, Veneto, Emilia Romagna, Puglia.

L’inchiesta ”Sardinia job” della Guardia di Finanza, lo scorso gennaio, ha permesso di individuare oltre mille lavoratori non in regola. Tredici società interinali di Sassari fornivano operai alle aziende del Nordest, trentasette aziende disseminate tra le province di Padova, Vicenza, Venezia, Treviso, Brescia, Bergamo, Pavia, Milano e Modena. L’intermediazione illecita di manodopera consisteva nel mandare gli operai dove c’era richiesta, lo stipendio veniva poi versato alle società sarde e i contratti diventavano ‘appalti per prestazione di servizio’ invece di ‘fornitura di manodopera’. Un fenomeno diffuso tanto che si stima possa coinvolgere nel padovano oltre la metà dei lavoratori della logistica e dell’agricoltura, in forte crescita anche nel manifatturiero e nell’edilizia.

Le azioni di contrasto sono principalmente tre.

  1. Quella normativa, affinché l’Inps riconosca la subfornitura come appalto, in modo che venga inclusa la responsabilità solidale tra committenti e appaltatori per il pagamento dei salari e dei contributi;
  2. Quella del salario minimo legale, contro la proliferazione di contratti pirata che non garantiscono i giusti diritti ai lavoratori;
  3. Ultima ma non meno importante: la tracciabilità della filiera produttiva. Come da anni chiede ‘Abiti Puliti’, come dimostrano le tanti indagini svolte (ad esempio ”Il vero costo delle scarpe”, indagine 2017 di Centro Nuovo Modello di Sviluppo), anche i grandi marchi della moda italiani non sempre rispettano i diritti umani e sindacali degli operai.

Quindi no, semplificare la norma sul caporalato non aiuta le imprese ma agevola chi sfrutta i lavoratori.

Davide Serafin

Di Alessandria. Ha scritto gli ebook '80 euro di Ingiustizia Sociale' – 2016, V come 'Voucher – La nuova frontiera del precariato' – 2016 e 'Il Volo dei Gufi' - 2018, raccolta degli articoli scritti per i Quaderni di Possibile negli anni (2015-2018) - www.ilvolodeigufi.com - www,giustapaga.it - twitter: @yes_political
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